domenica 17 gennaio 2016

E' uscito il 17° numero di Zine!

Ebbene sì, siamo giunti al 17° numero di Zine!, la rivista di comics più tosta e gratuita del web!
Cos'aspettate ad andare a leggerla?
Basta seguire il link http://www.fumettisulweb.it/zine-n-17/
Ovviamente partecipo anch'io con un racconto breve ed un'intervista al direttore di orgoglionerd.it.
Buon divertimento!!!!

giovedì 7 gennaio 2016

Snoopy and friends – il film dei Peanuts


Che dire? Vado controcorrente.
O meglio, guardo il film con l’ottica di chi ha letto poco e niente delle strisce dei Peanuts, quindi ho una visione più critica e meno nostalgica-romantica.
Partiamo? E andiamo!
Sostanzialmente è un film per bambini ma che strizza l’occhiolino all’adulto che si identifica con almeno uno dei suoi protagonisti (specialmente in Charlie: un bambino con un senso di rivalsa verso quel mondo che lo deride e sottovaluta… Chi non ha provato i suoi stessi sentimenti almeno una volta?).
Poi ci sono i tanti rimandi alle strisce e a quelle piccole perle che caratterizzano ogni personaggi (la mitica coperta di Linus, il pianoforte di Schroeder ma soprattutto gli scontri tra Snoopy e il Barone Rosso).
Senza contare che il tutto è stato disegnato in modo adorabile e dai colori tenui, impreziosito da alcune trovate simpatiche (tipo i caratteri tipografici sopra la testa di Snoopy mentre scrive a macchina).
Quindi mi è piaciuto?
No. Perché, oltre a essere un film un po’ troppo per bambini (non c’è quella profondità esistenziale e malinconica che avrebbe conquistato, e fatto riflettere, gli adulti), sembra una puntata qualsiasi di una serie animata.
Non so, è come se non fosse un lungometraggio con una trama solida e completa, una trama che spicca su altre produzioni, ma che abbiano preso una puntata qualsiasi di un cartone e l’hanno diluita in un’ora e mezza.
Senza contare che gli scontri aerei di Snoopy, pur essendo visivamente piacevoli e ricchi di azione, sono un po’ troppo presenti (risultando alla lunga noiosi): rubano la scena a quella che dovrebbe essere la storia portante. Mi ha dato l’impressione che avessero scritto la storia principale, poi hanno visto che era troppo breve e allora l’hanno riempita di Snoopy vs Barone Rosso.
Ergo, un film che sicuramente piacerà ai bambini, che farà sorridere i nostalgici ma che, ad un neofita delle strisce non dirà niente.

lunedì 28 dicembre 2015

Everest


Partiamo dalle conclusioni (oggi mi gira così, va).
È un film che terrei nella mia videoteca personale? No.
Quindi è brutto? No.
Allora è bello? Ni.
Si lascia guardare? Certo, anche se deve piacere il genere (drammatico) e/o devi adorare la montagna.
Chiuse le conclusioni, passiamo alla recensione vera e propria.
‘Everest’ è un film tratto da una storia vera.
Trama: cavalcando l’onda dei viaggi-avventura, ecco che si aprono le frontiere nello scalare l’Everest anche ai non professionisti (basta avere i soldi e si arriva ovunque, no?).
È così che alcuni alpinisti (con  schiavi sottopagati uomini del luogo addetti al preparare il passaggio per i paganti) accompagnano nella scalata un gruppo di turisti, tra cui una donna (con due palle più grosse di quelle di Mike Tyson quando ha vinto il titolo mondiale di boxe). Peccato che durante la scalata una tormenta investe i nostri sfigati prodi avventurieri, con tragiche conseguenze per alcuni di loro.
Ci s’immedesima subito nei protagonisti e nel loro soccombere dinnanzi alla Natura (è lei che ne esce vincitrice, pur non vedendola salire sul podio… Hanno tagliato quello spezzone di film in quanto troppo strappalacrime). Pensare solo di essere a migliaia di metri d’altezza con nessuno che ti viene a salvare e con la neve che lentamente ti gela il corpo, fa rabbrividire (sempre per restare in tema…).
È palese l’attacco del regista a questa filosofia dei viaggi organizzati no-limits (anche se, ammettiamolo, vuoi mettere riunirsi dopo le ferie con gli amici e mentre gli altri se ne escono con ‘Io sono stato ad Ibiza’, ‘Io a Londra’, ‘Io a New York’, salti su e te ne esci con un bel ‘Io ho scalato l’Everest, SFIGATI!!!!’). Ma questo passa in secondo piano davanti alla drammaticità dell’intera vicenda e al perenne dubbio: ‘Chi morirà? Chi sopravvivrà? Scommettiamo un pacchetto di sigarette?’.
C’è da una parte l’aspetto eroico di chi vuole raggiungere la vetta e sentirsi padrone del mondo mentre dall’altro la natura che ride di questa patetica onnipotenza gridando loro un bel ‘Suuuuuca babbei!’.
Il film può essere diviso in due parte: la prima è più una presentazione dei personaggi e una preparazione all’impresa mentre la seconda è un ‘La morte ti ha quasi raggiunto: sei fottuto’. Entrambe hanno una loro ragione di esistere e realizzate in modo tale da non annoiare mai.
Non c’è nessuna storia d’ammmmmmore a rompere le scatole (ne uomini alla Brad Pitt senza magliette e con gli addominali al vento presenti solo per far sbavare le spettatrici), o comunque presentata in modo talmente marginale da non far venire il latte alle ginocchia agli spettatori. C’è solo la natura e l’uomo che vuole dominarla con frustino, completo sadomaso di lattice e vaselina pronta all’uso.
‘Ma allora se ti è piaciuto così tanto perché non entra nella tua videoteca?’, vi chiederete voi, baldi giovani lettori.
Perché, per quanto l’abbia apprezzato, trovo sia uno di quei film che si guardano una volta sola. Una seconda sarebbe eccessiva, almeno per me, estimatore di Marvel e di American Pie (nessuno è perfetto, no?).
Ergo, guardatelo perché sicuramente merita più di tanti altri film realizzati in questi mesi. E poi si vedrà.

martedì 15 dicembre 2015

Modà – E non c’è mai una fine


Ora, io la vedo così: ci sono gruppi/cantanti che fanno musica che abbraccia svariati aspetti della vita (vedi Ligabue, Dj Ax, Negrita, Max Pezzali) e altri che puntano solo alle ragazzine di 13 anni alla loro prima cotta adolescenziale e alle donne cresciute a pane e principe azzurro sul cavallo bianco.
Questi ultimi si riconoscono subito: sfornano canzoni straripanti di frasi fatte, patetiche e scontate. Le loro canzoni, ascoltate con un minimo di lucidità e di mente critica, fanno sorgere il dubbio che le abbia scritte una bambina di otto anni come omaggio ai suoi idoli Justin Bieber e One Direction.
Dai, ammettiamolo: la rima cuore-amore te l’aspetti da una ragazzina delle elementari, non da artisti famosi e stra-pagati (vedi Ramazzotti, Antonacci e D’Alessio).
Comunque, non divaghiamo su altri artisti. Torniamo sui Modà.
Un ascoltatore ‘che cerca di andare oltre’, vorrebbe apprezzare delle canzoni profondi, impegnate, che vanno al di là dei cliché e luoghi comuni stra-abusati e stra-usati. E che la mielens-patetica storiella ‘ti amo tanto, dove sei?, soffro tanto, ti amerò per sempre, torna presto’ ha rotto il cazzo!!!
Ci potrebbe anche stare un’ennesima canzone d’amore, ma solo se offri un punto di vista nuovo, inedito, inaspettato. O al massimo mettici un testo poetico, di un certo spessore. Se invece scrivi una sfilza di banalità potrai sì fare allo stadio il pienone di ragazzine preadolescenti ma ciò non significa che hai scritto una bella canzone: solo che rispecchia il (basso) livello di coscienza di chi ti ascolta.
Che poi, mi stra-domando ogni volta (ma so già che nessun artista mi darà niente più che una risposta politicamente corretta, di circostanza): ma possibile che tutti ‘sti artisti parlano sempre e solo d’amore? Cioè, dalle loro canzoni sembrano delle donne mancate (avete presente, quelle che dicono ‘Faccio l’amore solo quando sono innamorata’?), sembra che siano la quint’essenza dall’amor cortese, della purezza d’animo, dell’uomo senza pisello.
Ora, oh voi cantanti, volete dirmi che se vi capita una modella nuda nel camerino e vi supplica di sculacciarla come se fosse una studentessa birichina, voi vi tirate indietro perché ‘O c’è amore o niente: piuttosto vado avanti a vita a pippe’?
Non è che magari, dico magari, siete invece come tutti gli altri uomini (sempre-ingrifati e pronti a saltar addosso a tutte le donne di media-alta buonezza) ma scrivete canzoni d’amore perché vendono di più di una che dice: ‘Oh ragazze ho fatto il cantante per trombare di più, con donne bone che me lo fanno tenere sempre su’ (ho fatto una rima… Sarò mica anch’io un cantante? Oh, adesso faccio una rima cuore-amore e aspetto le mie fan nel camerino)?.
Chiusa la parentesi-sfogo su questi cantanti tutti peace and much love.
Torniamo alla canzone.
Cosa ne penso, a parte il testo? Che il suo modo di cantare allungando le vocali è fastidioso, disturbante: mi ci è voluta molta forza di volontà per ascoltare l’intero pezzo. Poi ho preso la cassa e l’ho gettata fuori dalla finestra.
Peccato perché la musica non è male: a metterci un altro testo, un'altra voce, un altro tono (ok, cambiamo gruppo e facciamo prima) non mi sarebbe neppure dispiaciuta.
È che, ragazzi… Il testo fa proprio cagare. Che ve devo dì?

giovedì 3 dicembre 2015

'Il codice da Vinci' di Dan Brown


Se n’è parlato tanto, pure troppo, in questi anni.
Io l’ho letto tipo sette anni fa e, per ragioni non importanti da riportare, l’ho riletto ultimamente.
Faccio solo due appunti veloci.
-Tanto di cappello a Dan Brown come ha imbastito tutto il thriller che ci sta dietro, con indovinelli su indovinelli, con piste che sembrano sensate e poi invece sono fuorvianti, con colpi di scena in rapida successione in stile fumetto americano. Anche se è scritto in modo approssimativo (scrive bene ma non eccede. Però diciamo che per un libro del genere ci può anche stare: non credo che l’autore punti a vincere il premio Nobel per la letteratura).
-Avendo letto tanti libri (storici) sull’argomento Gesù posso asserire che l’autore non è un pirla si è informato approfonditamente sull’argomento. Voglio dire, si è documentato a 360% per quanto riguarda la religione cristiana e le sue mille sfaccettature oscure. Tanto di cappello a Dan che è riuscito a mettere decine (se non centinaia) di elementi provocatori (ma non per questo meno storici e realistici) nel suo romanzo mettendo al tempo stesso la punce nell’orecchio a chi ha creduto per partito preso a tutto senza porsi domande e a chi di domande se ne è fatte ma ha ricevuto solo domande approssimative dai sacerdoti.
Un libro, insomma, che tutti dovrebbero leggere con attenzione, ma con quell’attenzione di chi ammette che forse perché tanti credono in qualcosa non significa necessariamente che sia vera e che dietro una finta verità se ne nasconde una ben più sconvolgente e realistica.

venerdì 27 novembre 2015

‘L’amore non è polenta’ di Fausto Bertolini


… E poi accade che ti capita tra le mani un libro e lo compri giusto perché è usato e costa poco, pochissimo, pensando sia uno di quelli che usi per conciliare il sonno alla sera tarda e invece già dalle prime pagine scopri che merita più di tanti altir che hai letto in questi mesi.
Già, perché ‘L’amore non è polenta’ è divertente, realistico, originale, triste, malinconico e scritto maledettamente bene. È uno di quei libri che mi fanno pensare:‘Cazzo avrei voluto scriverlo io!’.
Ma di che cosa parla? È la storia di un sessantacinquenne neo-pensionato che passa le giornate tra la bancherella di libri che gestisce e il padre novantenne ormai fisicamente e mentalmente provato. Il protagonista però sogna il vero amore (o meglio, l’amore ma con una dose massiccia di sesso come contorno). Essendo anni che non sta (biblicamente) con una donna, si iscrive ad un’agenzia di cuori solitari che gli organizza degli incontri tragicomici con donne (anziane). Da questi incontri paradossali l’uomo trae le sue conclusioni sulla vita e sull’amore (e sulla difficoltà di trovarlo) fino a giungere al lieto (ma anche triste) fine.
Ciò che colpisce di più di questo romanzo è la prospettiva da cui viene narrato, ovvero di un pensionato che ha ancora tanta voglia di dare (sia affettivamente che sessualmente), con quell’ironia (e quella voglia di sesso) che ricordano più un ragazzino che non un uomo di una certa età.
Brillante, audace e scanzonatore, il protagonista oscilla tra il voler ‘pucciare il biscotto’ al cercare il vero amore (dove finisce uno e inizia l’altro? Mah…).
Da una parte fa sorridere questa sua voglia ‘di sparare ancora colpi’ (e fa sperare che avremmo anche noi, alla sua età, lo stesso desiderio ed energia) dall’altra però rattrista la sua consapevolezza di essere un uomo ormai anziano che ha paura di restare solo fino alla fine, dato che figli non ne ha (e un padre sulle spalle non migliora la situazione).
È certo un libro che fa divertire ma anche riflettere su come ad una certa età le energie vengono meno e la solitudine è una bestia difficile da gestire quando il corpo incomincia a dare segni di cedimento (età degli acciacchi, delle malattie, delle piccole incombenze economiche da pensionato, di non avere una spalla su cui contare ora che ogni ostacolo è un peso sempre più grande e gravoso).
Ma pur essendo un libro tutto sommato leggero è scritto bene, forse fin troppo: l’autore se ne esce con termini, frasi e romanzi sconosciuti ai più (ciò rallenta leggermente la lettura ma d’altro canto mostra quanto sia acculturato lo scrittore) ma ciò non pregiudica comunque lo scorrimento della storia. Pur passando per leggero (da spiaggia) nasconde in realtà una scrittura arguta e fine e un sotto testo che fa riflettere.
È uno di quei romanzi che sia l’uomo di mezz’età che il giovincello dovrebbero leggere in quanto entrambi troveranno sicuramente spunti di riflessione.
Consigliato. E ho detto tutto.

martedì 17 novembre 2015

Fury


Per quanto non mi piacciano un granché i film di guerra (mi rimandano sempre alla conclusione che l’uomo è proprio un essere stupido) ciò non toglie che li guardo perché anche in essi trovo qualche spunto di riflessione interessante.
Comunque, parliamo di Fury, film incentrato su un carrarmato e i suoi occupanti, in giro per la Germania nella seconda guerra mondiale.
Ci sono i classici cliché caratteriali dei personaggi: quello cagasotto, il capo figo autoritario ma sensibile e i soldati ‘capatonda’ che pensano solo a scopare superficiali e rissaioli. E poi c’è la guerra, con il suo odio, la sua violenza gratuita e la sua insensatezza.
Il carrarmato è solo un escamotage per raccontare la guerra da una prospettiva inusuale (e per mostrarci la spettacolarità di certi scontri, dove ovviamente l’americano figo e cazzuto ne esce vincente). Si alternano così momenti di azione seguiti da istanti di calma apparente (vedi il ‘pranzo’ nel villaggio).
In film parte bene e continua meglio, con scene che riportano alla crudeltà della guerra e fanno assaporare l’amaro sapore di come ci si deve sentire a viverla, ad esserci dentro.
Il film merita di essere guardato soffermandosi sull’assurdità di ogni conflitto passato, presente e futuro, e su come questo lascia tracce indelebili in chi l’ha vissuto.
Peccato che si concluda il tutto con la solita puttanamericanata in stile Mission Impossibile. Lo scontro finale  è esagerato e paradossale, cozzando così con il resto del film iper-realistico, e gli americani fanno come al solito la figura dei supereroi che, con uno stuzzicadenti, una limetta per le unghie e ballando la mazurca con i polsi legati, sgominano i nemici.
E concludo aprendo una parentesi: ma c’era proprio bisogno di mostrare Brad Pitt a petto nudo? Voglio dire, era funzionale alla storia quella scena? O forse è stata messa solo per far sbavare le ragazze/donne in sala? Sì, lo so, brutta bestia l’invidia J