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mercoledì 30 marzo 2016

Dio su un Harley di Joan Brady


L’avevo letto anni addietro. Me lo ricordavo come un libro leggero ma con qualche concetto di help-self che non guasta mai. Ed essendo pure un libro veloce da lettere  (143 pagine di storia che scorre via veloce), perché non dargli un’altra lettura, ora che sono passati anni e che dovrei essere più maturo e comprendere meglio certi concetti (ma a chi voglio darla a bere?!?!?)?
Così vai di lettura.
Partiamo dai pro: è un libro leggero, di quelli che puoi leggere sotto l’ombrellone. Ci sono concetti profondi ma spiegati in modo molto semplice e veloce. Non sta a dilungarsi su teorie metafisiche, su dinamiche psicologiche spiegate quasi fosse Freud davanti ad un’aula di neo-laureandi, su questioni teologiche che farebbero imbestialire i bigotti e venire il mal di testa a chi usa tutta le sue capacità intellettive per capire chi vincerà lo scudetto quest’anno.
La trama scorre rapida e indolore, dando spessore allo stato d’animo della protagonista e alla sua evoluzione che la porta da donna sottomessa al sistema e ai propri istinti di principessa sul senza pisello cresciuta a principe azzurro e a ‘vissero felici e contenti’ a diventare una donna libera, serena ed in pace con il mondo.
Dio è nella classica versione new age, molto hippy e figlio dei fiori. E questo piace e fa sorridere.
Il libro dà dei consigli spicci su come migliorare la propria vita (pochi ma buoni) e fregarsene dei pareri degli altri (non per niente il libro sub-comunica che fai presto a dire ‘ragiono con la mia testa’, ma se segui ogni nuova moda che esce, sei parte del sistema più di quanto immagini).
Ciò che mi ha fatto storcere il naso? È comunque un concepito da una donna e sostanzialmente scritto per le donne. Quindi abbondantemente sentimentale, che ruota più che altro sulle pene d’ammmmore della protagonista e su come uscirne, su come deve essere meno donna-fatale e più donna-genuina. Se da una parte non posso dire nulla perché il tutto è funzionale alla storia, dall’altra (da uomo con peli sul petto e barba incolta) perde punti in quanto ricorda un po’ un romanzetto rosa.
Questo penalizza il libro?
No, perché al di là di questo ‘limite’ c’è una bella morale di fondo, dei buoni consigli da utilizzare, un Dio stiloso che non guasta mai e una lettura piacevole ma al tempo stesso costruttiva.
Si può leggere a vari livelli: per chi vuole leggerlo ad un livello superficiale è una storiella leggera con qualche trovata simpatica mentre per chi vuole cercare piccole e grandi verità sulla vita è un libro profondo e acuto.  Ma vi avviso, per chi s’immagina Dio/Gesù ancora come un uomo umile che lava i piedi, fa miracoli meglio di Houdini e resuscita i morti senza essere lo sceneggiatore di Walking Dead è un libro da ‘vade retro Satana’.

lunedì 15 febbraio 2016

‘Mare mosso bandiera rossa’ di Paolo Cevoli

 
 
Ci sono dei libri che faccio fatica a finire. Mi è capitato poche volte e per svariati motivi. Men che meno leggendo un libro comico (mi aspetto anzi che scorra via liscio e leggero come un bicchiere di spremuta all’arancia).
Invece non è stato così per questo libro di Paolo Cevoli.Il romanzo è la storia dell’assessore che ha reso Paolo famoso in tutta Italia, attraverso Zelig.
Ve lo ricordate? Quello di ‘Fatti, non pugnette’, quello che farfugliava frasi senza senso, storpiando
le parole e interrompendo il discorso di punto in bianco.
Ecco, proprio lui che faceva ridere in questa versione così caricaturale di un politico.
Paolo ha realizzato un racconto (di ben 219 pagine) di questo personaggio alle prese con i classici problemi da assessore di un paesino di provincia.
L’idea è anche carina e il modo in cui è scritto (ha messo su carta quel modo farfugliante in cui si esprimeva sul palco) merita un encomio per la capacità di sfornare pagine su pagine mantenendo costante quello stile (che, ammettiamolo, è da fuori di testa. Voglio dire, ci vuole una gran testa per realizzare 200 pagine inventandosi parole strambe, troncando i discorsi sul più bello e creando frasi senza senso non solo nei dialoghi ma anche nelle descrizioni dei luoghi e delle azioni di tutti i personaggi… Non so se lui abbia scritto il libro prima nell’italiano corrente e poi ha modifica tutto in linguaggio-assessore o se l’ha realizzato direttamente così. Certo è che tanto di cappello alla sua creatività).
Ma è proprio questo scrivere così al di fuori dai canoni la sua maggior pecca: dopo poco diventa pesante la lettura, dato che è un continuo scervellarsi per capire cosa intende l’autore, per interpretare le parole ad ogni righe e il significato delle frasi senza capo né coda. È proprio questo che rallenta la lettura in modo impressionante, col ritmo che cade nel baratro.
Ecco perché dopo una cinquantina di pagine l’ho abbandonato (anche se a malincuore perché per principio cerco di finire ogni romanzo: ma per alcuni è una mission impossibile).
Mi era diventato veramente difficile, pesante, leggerlo.
Mi spiace, perché scrivere in quello stile denota genialità e una gran fantasia. È l’usare questo gergo da assessore provinciale analfabeta in ogni sua parte, dal dialogo alle descrizioni ai gesti e pensieri di ogni personaggio, a renderlo impegnativo nella lettura.
Non aiutano neppure le note a piè di pagina. Anzi, complicano il tutto perché non solo li si trova quando viene usata parola gergale o inventata di sana pianta ma anche su parole abituali (dandogli però una connotazione, a volte, simpatica… Però mettere due o tre note in ogni pagina rallenta oltre modo la lettura, soprattutto quando queste potrebbero essere anche evitate, dato che oltre a non fare ridere non hanno senso d’esistere).
Un buon compromesso, secondo me, sarebbe stato scrivere in un italiano corretto l’intera storia e lasciare solo i commenti e pensieri dell’assessore in versione analfabeta/ignorante. Ed ovviamente ridurre le note almeno della metà.
Un libro, in fondo, che aveva grandi potenzialità, che denota una mente fuori dall’ordinario (e fuori di testa) nello scrivere, ma che proprio perché così ‘oltre’ è di difficile lettura.
Peccato.

giovedì 3 dicembre 2015

'Il codice da Vinci' di Dan Brown


Se n’è parlato tanto, pure troppo, in questi anni.
Io l’ho letto tipo sette anni fa e, per ragioni non importanti da riportare, l’ho riletto ultimamente.
Faccio solo due appunti veloci.
-Tanto di cappello a Dan Brown come ha imbastito tutto il thriller che ci sta dietro, con indovinelli su indovinelli, con piste che sembrano sensate e poi invece sono fuorvianti, con colpi di scena in rapida successione in stile fumetto americano. Anche se è scritto in modo approssimativo (scrive bene ma non eccede. Però diciamo che per un libro del genere ci può anche stare: non credo che l’autore punti a vincere il premio Nobel per la letteratura).
-Avendo letto tanti libri (storici) sull’argomento Gesù posso asserire che l’autore non è un pirla si è informato approfonditamente sull’argomento. Voglio dire, si è documentato a 360% per quanto riguarda la religione cristiana e le sue mille sfaccettature oscure. Tanto di cappello a Dan che è riuscito a mettere decine (se non centinaia) di elementi provocatori (ma non per questo meno storici e realistici) nel suo romanzo mettendo al tempo stesso la punce nell’orecchio a chi ha creduto per partito preso a tutto senza porsi domande e a chi di domande se ne è fatte ma ha ricevuto solo domande approssimative dai sacerdoti.
Un libro, insomma, che tutti dovrebbero leggere con attenzione, ma con quell’attenzione di chi ammette che forse perché tanti credono in qualcosa non significa necessariamente che sia vera e che dietro una finta verità se ne nasconde una ben più sconvolgente e realistica.

venerdì 27 novembre 2015

‘L’amore non è polenta’ di Fausto Bertolini


… E poi accade che ti capita tra le mani un libro e lo compri giusto perché è usato e costa poco, pochissimo, pensando sia uno di quelli che usi per conciliare il sonno alla sera tarda e invece già dalle prime pagine scopri che merita più di tanti altir che hai letto in questi mesi.
Già, perché ‘L’amore non è polenta’ è divertente, realistico, originale, triste, malinconico e scritto maledettamente bene. È uno di quei libri che mi fanno pensare:‘Cazzo avrei voluto scriverlo io!’.
Ma di che cosa parla? È la storia di un sessantacinquenne neo-pensionato che passa le giornate tra la bancherella di libri che gestisce e il padre novantenne ormai fisicamente e mentalmente provato. Il protagonista però sogna il vero amore (o meglio, l’amore ma con una dose massiccia di sesso come contorno). Essendo anni che non sta (biblicamente) con una donna, si iscrive ad un’agenzia di cuori solitari che gli organizza degli incontri tragicomici con donne (anziane). Da questi incontri paradossali l’uomo trae le sue conclusioni sulla vita e sull’amore (e sulla difficoltà di trovarlo) fino a giungere al lieto (ma anche triste) fine.
Ciò che colpisce di più di questo romanzo è la prospettiva da cui viene narrato, ovvero di un pensionato che ha ancora tanta voglia di dare (sia affettivamente che sessualmente), con quell’ironia (e quella voglia di sesso) che ricordano più un ragazzino che non un uomo di una certa età.
Brillante, audace e scanzonatore, il protagonista oscilla tra il voler ‘pucciare il biscotto’ al cercare il vero amore (dove finisce uno e inizia l’altro? Mah…).
Da una parte fa sorridere questa sua voglia ‘di sparare ancora colpi’ (e fa sperare che avremmo anche noi, alla sua età, lo stesso desiderio ed energia) dall’altra però rattrista la sua consapevolezza di essere un uomo ormai anziano che ha paura di restare solo fino alla fine, dato che figli non ne ha (e un padre sulle spalle non migliora la situazione).
È certo un libro che fa divertire ma anche riflettere su come ad una certa età le energie vengono meno e la solitudine è una bestia difficile da gestire quando il corpo incomincia a dare segni di cedimento (età degli acciacchi, delle malattie, delle piccole incombenze economiche da pensionato, di non avere una spalla su cui contare ora che ogni ostacolo è un peso sempre più grande e gravoso).
Ma pur essendo un libro tutto sommato leggero è scritto bene, forse fin troppo: l’autore se ne esce con termini, frasi e romanzi sconosciuti ai più (ciò rallenta leggermente la lettura ma d’altro canto mostra quanto sia acculturato lo scrittore) ma ciò non pregiudica comunque lo scorrimento della storia. Pur passando per leggero (da spiaggia) nasconde in realtà una scrittura arguta e fine e un sotto testo che fa riflettere.
È uno di quei romanzi che sia l’uomo di mezz’età che il giovincello dovrebbero leggere in quanto entrambi troveranno sicuramente spunti di riflessione.
Consigliato. E ho detto tutto.

domenica 1 novembre 2015

'Un cuore pensante' di Susanna Tamaro


Ultima fatica letteraria di Susanna (che non ha fatto altro che prendere degli articoli che ha scritto per l’Avvenire, sviluppandoli… Astuta la ragazza: non si butta via niente, no? Ecologica anche nello scrivere, non c’è che dire). Raccoglie pensieri, riflessioni, emozioni e ricordi del suo passato, usando sempre il suo stile che la contraddistingue (delicato, arguto, sensibile, un po’ da precisina della fungia, se vogliamo).
Passa dalla natura a quando era bambina a Dio alla sua famiglia alla vita alla società… Senza mai sfiorare l’argomento sesso (io ne ho letti di suoi libri: e che io ricordi non ne fa amai cenno. O almeno, non al punto da farmi gridare:’Oddio ne ‘sta parlando: emozione!!!!). In questo romanzo azzarda solo una cotterella adolescenziale per un ragazzo ma senza entrare nei particolari. E ciò mi ha sempre stupito. Voi no? Voglio dire, racconti tutta la tua vita e non parli mai never manco per ‘u cazzo dei tuoi rapporti amorosi? Va bene la riservatezza… Ma se parli di fatti ben più privati ed incresciosi (vedi il rapporto con i genitori), perché non sbilanciarsi anche col sesso?
Ma vabbè, questa è una mia considerazione trasversale (non che m’interessi sapere quante volte si è fatta sculacciare o si è fatta possedere sopra una lavatrice industriale in funzione a massimo regime; è solo una mia lecita perplessità di lettore).
Per quanto riguarda il libro, lo stile è sempre il suo: c’è a chi piace e chi non lo sopporta. Personalmente quando leggo la Tamaro capisco che è una donna a scrivere, con una certa sensibilità a volte mielosa (un po’ troppo da figlia dei fiori peace and love amiamoci tutti ma solo per vie platoniche of course) e a volte un po’ troppo tra le nuvole. Ciò che mi ha pesato di più nella lettura è il suo continui rimando a Dio, con cui pur mantenendo le distanze, lo tira in ballo un po’ troppo spesso e in un modo talmente poetico e ‘da fervido credente’ da farmi venire il latte alle ginocchia.
A conti fatti, secondo me il problema maggiore di chi condivide i suoi pensieri ed episodi del passato è quanto questi possano interessare agli altri. Mentre in un racconto si può mantenere un certo pathos e suspance costruendo una storia articolata ed intrigante, raccontando la propria vita o è veramente stata avventurosa o è una ‘vita tra le tante’ (certo, con qualcosa che magari non è accaduto agli altri ma non così eclatante da attirare l’attenzione). Bene, la Tamaro rientra nella seconda categoria.
Senza contare i pensieri dello scrittore: quanto possono essere rivoluzionari, quanto danno nuovi punti di vista, quanto destabilizzano i lettori mostrando una realtà insolita per loro? Se lo sono poco o niente risulteranno noiosi (un po’ come quelli che su FB mettono il loro ‘pensiero della sera’ convinti di stupire o commuovere o coinvolgere, mentre alla fine è solo un ‘già sentito dire migliaia di volte’ che annoia e stanca). Anche qui la Tamaro vacilla (certo, è difficile dire qualcosa di nuovo; ormai si è già detto tutto. Quindi non resta che ribadire ciò che sanno già tutti ma in modo più accattivante. C’è a chi basta questo e chi non si accontenta. Voi a quale gruppo appartenete? Se siete nel secondo, lasciate perdere questo libro).
Ma allora è un libro da buttare?
No, perché tutto sommato qualche bella verità la si trova, qualche ‘già letto’ ma scritto in una maniera migliore spunta fuori in questo centinaio di pagine, qualche episodio della sua vita incuriosisce. Certo, deve comunque piacere la Tamaro altrimenti il suo stile narrativo induce sonnolenza. Ho dovuto leggere il libro in due trance perché, lo ammetto, mi stava annoiando (e il discorso religioso, infastidendo (ma questo è a causa del mio rapporto ‘travagliato’ con la religione) e considerate che io sono, diciamo, un fan di Susanna).
Ergo, un libro che può piacere ma solo se si è appassionati di questa scrittrice. Mentre gli altri dovrebbero, prima di questo, leggerne altri.

domenica 20 settembre 2015

Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig


Dal titolo si evince che il libro parlerà di zen e motocicletta. Un connubio perfetto per chi simpatizza verso il buddismo e tutte le sue branche e per gli appassionati di motocicletta.
Quindi un libro accattivante che conquista i lettori di entrambi le fazioni e stimola la lettura anche di chi non ne fa parte?
Ma anche no.
È un tomo di 400 pagine in cui ci si aspetterebbe di tutto e di più, sia per quanto riguarda lo zen che per la motocicletta. Peccato che l’aspettativa deraglia ben presto.
Innanzitutto la storia del protagonista che va in giro per l’America in moto con suo figlio e due suoi amici è un susseguirsi di episodi ordinari dove la suspense è categoricamente esclusa. Si parla di moto a volte in modo troppo tecnico per essere capito (con tanto di grafici che lasciano il tempo che trovano), a volte soffermandosi su emozioni legate a questa passione che chi non ne fa parte non può capire.
Dalla sinossi avevo immaginato fosse un libro che parlava di zen DURANTE il viaggio, in stile ‘Mi succede questo e lo zen accorre in mio aiuto spiegandomi cosa sta dietro all’accadimento’ (tipo ‘La profezia di Celestino’, per intenderci. Invece è la storia del protagonista in viaggio intervallata dalla vita di un tale Fedro e della sua ricerca della Qualità. È come se l’autore avesse scritto due libri completamente slegati tra loro e poi, capendo che tira più un pel di… fondere due argomenti che venderli in libri separati. Praticamente ha smussare gli angoli dei due argomenti per dare un minimo di senso a tutto.
Senza contare che di zen c’è poco o niente. E se c’è è nascosto sotto pagine e pagine di ‘sto Fedro che va alla ricerca di cos’è la Qualità. È come se avessero messo nel titolo ‘Zen’ perché era troppo lungo scrivere ‘noiosa rottura di palle filosofica su un argomento che frega un cazzo a nessuno’.
Le parti di Fedro sono noiose, soporifere, da sgrattuggiamento di palle.
Invece di riempirle di perle di saggezza sulla vita, sul mondo, sulle emozioni, su quale congiunzione astrale ha portato uno come Ramazzotti ad avere successo, ha continuato a girare intorno al concetto di Qualità. Che ok, è comunque un argomento interessante che può starci in qualche pagina… Ma interi, lunghi capitoli no, dai. È veramente troppo.
La Qualità sta anche nel sintetizzare un concetto, nel renderlo chiaro e fruibile a tutti. Non nel girare intorno ad un argomento per decine di pagine che, seppur scritte tutto sommato bene, appesantiscono la lettura ed invogliano alla pennichella.
Ok, l’autore avrà pensato che più ci gira intorno all’argomento, più punti di vista ci sbatte dentro, e più la persona ha possibilità di capire ciò che lui vuole dire. Però se il dilungarsi porta solo a fare delle gran ronfate, forse l’obiettivo non è stato raggiunto.
Che dire?
Ci sono libri di gran lunga migliori di questo che parlano di zen. Libri più brevi, concisi, diretti, semplici, alla portata di tutti (tipo ‘lo Zen e il tiro con l’arco’) e più divertenti (tipo ‘Lo zen e l’arte di scopare’) o romanzi che abilmente intrecciano trame fantasiose con perle di saggezza zen (‘la leggenda di Bagger Vance’ o ‘il mondo di Sofia’, da cui sono stati tratti pure due film).
È un libro di 400 pagine che sarebbe potuto tranquillamente stare in 200 e anche queste sarebbero state fin troppe, che tratta da una parte un argomento (la motocicletta) in termini a volte troppo tecnici per interessare il lettore medio (che già non gliene frega niente della moto, figuriamoci di quanti bulloni ha quella del protagonisti, che problemi ha durante il viaggio e le sue soluzione da provetto meccanico) e dall’altra un argomento profondo che tutto tratta fuorché di zen.
Un libro impegnativo, lungo, noioso che ha senso tenerlo sul comodino della propria camera da letto solo come soluzione estrema a quando non riuscite a prendere sonno e avete bisogno di un metodo infallibile piombare nel mondo dei sogni in tempo zero.
In definitiva, è uno di quei libri che guadagnano 10 punti per il titolo azzeccato e -100000 punti per il contenuto.

sabato 25 luglio 2015

Le infradito di Buddha – Zap Mangusta


 
L’autore non lo conosco (anche se è stato inviato de ‘Le Iene’, conduttore radiofonico e ha scritto svariati romanzi). Quindi mi sono avvicinato al libro solo con la curiosità di leggere un ennesimo manoscritto sul buddhismo in salsa romanzata.
Io, che sono ormai decenni che leggo libri sul buddhismo, sulla meditazione e sulle religioni/filosofie orientali, l’ho letto con la curiosità di chi sa (qualcosa) ma gli piace avere un punto diverso dal solito o comunque un ulteriore modo per spiegare certi concetti astratti.
Ammetto di averlo letto in due trance.
Inizialmente non mi ha convinto molto.
In quanto è scritto bene. Molto bene. Pure troppo. Tanto di cappello all’autore che usa un linguaggio forbito e da vero scrittore. Peccato che a volte usa dei termini non in auge nella dialettica comune. Questo, lo ammetto, penalizza il libro. Non che non sia scorrevole o comprensibile: semplicemente usare termini troppo ricercati, troppo ‘da dotti’, rischia di rallentare un pelo la lettura. È come andare da un contadino di inizio secolo a chiedere di indicargli la toilette… Ma chiamalo cesso e capisce subito, no? O andare da un allevatore valdostano sessantenne e parlare di jet lag, happy hour e 4G… Ma parla come mangi, per Dio!
Senza contare che si parla di filosofia orientale a 360° ma a volte in modo talmente astratto e preciso da essere di un pelo difficile da comprendere (e ne parla uno che passava le giornate a pane e buddhismo).
Chiariamo: non so se certi concetti si possa spiegare in modo più semplice. Forse no. Certo è che sono comunque difficili da digerire.
Senza contare questo suo modo di far dialogare le persona senza ‘punto e a capo’, senza separare coloro che dialogano. Con la conseguenza che è un continuo cercare di capire chi dice cosa a chi. In più la storia usa un escamotage narrativo appena appena accennato per introdurre l’avventura del protagonista, tanto da non essere neppure necessario (il protagonista viene mandato in Tibet per essere portavoce in Italia di un fatto spiacevole: i furti accaduti in svariati templi. Questo lo porta a viaggiare con altre persone in giro per le montagne, visitando templi e villaggi, cime innevate e città decadute). Non c’è per capirci, una trama portante forte, un thriller come sfondo, un susseguirsi di colpi di scena in stile ‘il codice da Vinci’, che servono da una parte a mantenere vivo l’interesse del lettore e dall’altro introdurre certi concetti. È solo un uomo che va per montagne per altri scalatori improvvisati e intanto (quasi sempre) si parla di filosofia orientale.
Senza contare la raffica di personaggi che orbitano intorno a lui: un susseguirsi di uomini e donne che sono un’ennesima trovata per introdurre certi discorsi filosofici/religioni ma che rendono il libro ancora più kilometrico ( circa 330 pagine scritte fitte).
Voi mi direte: ‘Ma allora ti ha fatto venire una diarrea lancinante ‘sto libro? Ti ha teletrasportato sul water alla seconda pagina fino ad indurti a rendere il bagno il tuo domicilio?’. ‘Ma allora non ti è piaciuto?’.
Invece mi è piaciuto.
Se andiamo oltre queste considerazioni negative, resta un libro ben scritto, che fornisce con uno stile ironico e simpatico un quadro preciso della cultura religiosa/filosofica orientale.
Spiega concetti profondi in modo più chiaro di tanti altri libri che ho letto. Fornisce informazioni che i più non sanno, dimostrando come l’autore ha una cultura approfondita e superiore alla media. Introduce gli argomenti ogni volta in modo diverso, dando un minimo di senso alla presenza di alcuni personaggi.
Si è così assorti nell’apprendere le mille sfaccettature della cultura orientale che passa in secondo piano il motivo per cui il protagonista ha intrapreso questo viaggio. Chi se ne frega se non c’è una trama intricata e complessa piena di colpi di scena: l’importante è conoscere l’evoluzione del pensiero orientale in questi secoli.
330 pagine sono tante ma si lasciano leggere decisamente meglio di tanti libri molto più corti. È un libro dove non si rincorre la fine ma solo l’imparare cose nuove (con qualche spruzzo di ironia spiccia che male non fa) e il porsi le grandi domande della vita: chi siamo? Dove andiamo? Cosa succede dopo la morte? Perché ’50 sfumature di grigio’ ha fatto così tanto successo al cinema?
Un libro che può essere visto come la risposta a ‘Il mondo di Sofia’ (che se ben ricordate, parlava di filosofia occidentale attraverso gli occhi di una bambina). Certo una risposta più adulta, più impegnata, ma non per questo meno interessante.
Un libro, insomma, che può essere letto da tutti coloro che vogliono accostarsi alle filosofie orientali, a chi vuol approfondire ciò che già sa e a chi vuole leggere un libro che parla anche di montagna, di trekking, di paesaggi mozzafiato e di belle fanciulle tibetane.
Vale il suo prezzo? Secondo me sì.
 

lunedì 6 luglio 2015

Il vincitore è solo – Paulo Coelho


Ci sono libri che di primo acchito non mi convincono, di quelli che appena leggo la trama penso ‘Ma stiamo scherzando?  Ma che trama da sottosviluppati celebrolesi ha partorito sto tipo’. Quindi li accantono, anche se seguo l’autore da anni e ‘ci sono affezionato’ (un po’ come chi segue Vasco che, parliamone, non è più quello di una volta. Ma lo si ascolta con la speranza che dopo tanti album da mettere al rogo, magari uno buono riesce ancora a tirarlo fuori… Sì, aspetta e spera…). Ecco perché ho fatto un fioretto: comprare tali libri solo se li trovo scontati o usati.
È il caso di questo libro di Coelho.
La storia è fuori dagli standard narrativi dell’autore: Igor, un uomo ricco, è stato mollato dalla moglie. Così lui segue lei e il suo nuovo compagno fino a Cannes, durante il Festival. In questo contesto il protagonista incomincia ad uccidere alcune persone per riconquistare la sua ex moglie.
Questa trama viene usata come scusa per presentare il ‘dietro le quinte’ della Moda, dei ricchi, di ciò che sta nasconde il successo e la ricerca di esso, attraverso la prospettiva e le riflessioni non solo del protagonista e di sua moglie ma anche del nuovo compagno di quest’ultima, delle vittime di Igor e di chi indaga per scoprire chi è l’assassino (mi aspettavo che introducesse tra i personaggi anche un cane, una pianta secolare o una supposta, con le loro disertazioni filosofiche sulla vita e le difficoltà della vita (la supposta ne ha da raccontare…) ma per fortuna si è fermato agli umani).
Con così tanti personaggi il libro raggiunge quota 445 pagine.
Tante pagine che stupiscono per come vengono mostrate le verità scomode sul mondo della moda e dei potenti della terra, della cinematografia e sulle dinamiche su cui conquistare notorietà e visibilità. Che se già ti fa cagare lo show business e le mode, questo libro dà loro il colpo di grazia.
Questo conduce ad un conflitto: da una parte si resta conquistati da come l’autore racconti la realtà di certi ambienti in modo chiaro e schietto, senza peli sulla lingua (anche se, a fare i birichini e i precisini, non possiamo non ammettere che anche lui ne fa parte. Voglio dire: sputa nel piatto dove mangia). Dall’altra però lascia perplessi su come un Coelho che ha scritto ‘L’alchimista’ (e scusate se è poco) abbia investito tempo, energie e fantasia per questo libro. Passiamo dal misticismo e spiritualità a moda, droga, omicidi, violenza, superficialità estrema, esibizionismo imbarazzante, azioni estreme e palesemente deviate.
In più occasione ho pensato che l’avesse scritto un ghost writer (uno di quei tipi pagati per scrivere libri su cui verrà apportata la natività di un autore famoso. Ce ne sono tanti, anche italiani…). Ma vabbè, se un libro in ultima analisi è bello chi se ne frega di chi l’ha scritto, no?
No.
Perché da Coelho mi aspetto profondità e spiritualità. E la trovo in questo libro. Tra uno scontro di aspiranti attrici a suon di atteggiamenti mignotteggianti  e uno stilista per nulla gay (già per questo si capisce che è un romanzo, con una strizzatina d’occhio alla fantascienza pura), tra assassini in versione Kenshiro e indagini condotto con la professionalità di una Giovane Marmotta, l’auto ci butta dentro una perla di saggezza, un ragionamento introspettivo di alto livello, un commento da vecchio saggio. Che per la cronaca: io ce lo vedo lo scrittore lì intento sulla tastiera a scrivere il suo romanzo-inno alla superficialità. Ogni tanto alza la testa, si guarda nello specchio e ha un’illuminazione: ‘Cazzo, ma io sono Coelho!!!’. E allora vai di mezzo paragrafo di saggezza. Ma ecco che il lato oscuro incombe fino a prendere il sopravvento e riportare l’autore a continuare con la sua trama insolita.
Tutto questo per dire che, considerato questi elementi, vale la pena comprarlo?
Dipende: se cercate un libro ‘a l’Alchimista’ allora no.
Se volete leggere un libro che parla di quanto la società è alla deriva, allora può piacere.
Personalmente, sarei rimasto deluso se avessi speso 19 euro per un libro con una trama del genere (rapportato sempre all’aspettativa che uno ha su un autore, ovviamente). Già 5 euro ci possono stare, dai.

giovedì 2 luglio 2015

D.E.A. (Dieta Energia Alta) di Marco Urbisci


Ci sono libri talmente singolari, di nicchia, che i più non considerano. Vanno oltre, preferendo un best seller dalla qualità altamente discutibile (da cui traggono film ancora più discutibili; vedi quel condensato di banalità di ’50 sfumature di puttanate di grigio’).
Eppure sono proprio questi libri ‘di nicchia’, sottovalutati, che possiedo del potenziale inaspettato.
Certo, bisogna essere anche mentalmente predisposti per apprezzarli dato che a volte trattano argomenti che cozzano con le proprie convinzioni (un libro sull’adorazione di Satana può essere interessante e coinvolgente quanto vuoi, ma se lo fai leggere ad un testimone di Geova, immagino che non venga apprezzato al meglio, no? Oppure uno può scrivere un libro di filosofia geniale, stupendo, illuminante, ma se lo legge un troglodita materialista ignorante, il massimo che ci si può aspettare da quest’ultimo è che alla quarta riga gli venga il mal di testa e decida di usare le pagine del libro per pulirsi quel meraviglioso deretano peloso con annesso ecosistema di pulci e zecche che si ritrova).
Tutta questa premessa per dire cosa? Che il libro di cui sto per fare la recensione è in commercio da tanto ma a me c’è voluto tempo per avvicinarmici in quanto ‘non ero pronto’. Per quale ragione? Perché tratta di un argomento quanto meno inusuale.
Ma una volta pronto… Apriti cielo!
Negli ultimi anni si è parlato sempre più spesso di vegetariani e di vegani. I libri di ricette si stanno moltiplicando (seguendo la moda dei programmi/reality che insegnano come cucinare una suola della scarpa accompagnata da un sugo di noci moscato e zenzero per renderla più commestibile ed invitante) e i movimenti ‘Non mangiare un agnello. Piuttosto metti tua suocera sulla griglia che non avrà certo un buon sapore ma almeno ti sei levato un peso dallo stomaco’ sono aumentati esponenzialmente. Ma si parla poco dello step successivo: il fruttarismo. Una scelta per tanti estrema, incomprensibile e tutt’ora misteriosa, tant’è che esistono pochi libri in commercio (o al massimo ci fanno un accenno ironico e fugace i libri di alimentazione).
Ma ecco che giunge in nostro aiuto Marco Urbisci, un uomo molto simpatico e disponibile che ha dedicato anni di studio sull’argomento e c’ha scritto pure un libro. Ed è pure un bel libro. Anzi ottimo.
Lo dice uno che nella sua vita ha letto tanti libri di alimentazione, passando dalla dieta carnivora a quella vegetariana alla vegana ed infine alla fruttariana. Quindi nel mio piccolo penso di riuscire a distinguere un libro campato per aria da uno realizzato dopo ricerche accurate e studi mirati.
E ‘D.E.A. (Dieta Energia Alta)’ è uno di quest’ultimi.
Quasi 380 pagine (che c’avrà da scrivere in tutte ‘ste pagine? Tanta roba e pure interessante!) ricche di curiosità, informazioni scientifiche, citazioni di illustri dietologi e dottori, consigli pratici, e chi più ne ha più ne metta.
È un libro autoprodotto ma non per questo pecca dell’assenza di un editing: ogni sua parte è chiara, concisa, con un linguaggio a misura di italiano medio, con errori grammaticali quasi inesistenti (ma anche se ci fossero, chi se ne frega: ciò he conta è il contenuto. E su questo, nulla da dire).
Marco racconta come i suoi problemi fisici siano stati superati attraverso una dieta mirata, di sola frutta e verdura.
Poi passa a descrivere su quali basi alimentari e chimiche si fonda il concetto che l’uomo ha bisogno di sola frutta per vivere. Ed infine analizza quanto altri tipi di dieta siano nocivi all’organismo. Nell’ultima parte dà consigli pratici su chi decide di compiere questa scelta.
Insomma, un libro completo che abbraccia ogni aspetto del fruttarismo, che lo sviscera e ne analizza le caratteristiche (attingendo ad illustri dottori che in passato sono giunti a conclusioni tanto stupefacenti quanto sottovalutate. Avete presente? Quelli che sono stati presi per il culo per le loro trovate fuori dagli schemi e solo quando sono passati a miglior vita si è capito il loro genio? Che già li vedo reincarnarsi in un piccione solo per defecare sulla testa di chi li ha presi in giro per anni. E vedi che la reincarnazione a volte serve?).
Questo è uno di quei libri che dovrebbero leggere tutti, a prescindere dalla propria dieta, inclinazione alimentare e convinzioni. Lo si può leggere anche solo per avere un nuovo punto di vista sull’argomento alimentazione, per porsi delle domande (a cui Marco dà delle risposte) e per prendere in considerazione che forse, anche se gran parte del mondo è carnivoro non significa che sia la strada più giusta per nutrire il proprio corpo.
Il libro costa 16.50€. Personalmente, da lettore divoratore di libri, posso assicurarvi che sono soldi ben spesi. Senza ombra di dubbio.
Trovate anche una versione epub a 9.99€.
Consiglio però quella cartacea perché, se siete di quelli che sottolineano, ne avete di pezzi da segnare!!
E ribadisco: soldi ben spesi.

mercoledì 10 giugno 2015

'Benvenuti ad Altrove' di Gabrielle Zevin


La trama è molto semplice: una ragazza viene investita e muore. Si ritrova su una nave in stile love-boat ma senza love dato che sono per lo più vecchi bacucchi. Il capitano-Caronte conduce la nave fino ad Altrove, un copia-incolla della terra ma con alcune peculiarità: non si può morire ma solo ferirsi (e anche in questo caso, si guarisce velocemente) e soprattutto non si invecchia ma si ringiovanisce fino a che, raggiunti i sette giorni ‘dalla nascita’ si torna sul Terra.
Dopo i primi tumulti da adolescente che non può più fare del sano sesso adolescenziale godersi i piaceri della sua giovane vita, la ragazza s’inserisce nel nuovo mondo.
Che dire di questo romanzo: è un libro leggero, quindi la filosofia e teologia che sta dietro al ‘cosa accade dopo la morte’ viene solo toccata di profilo. Di Dio se ne fa solo un accenno (forse l’autrice ha paura di qualche attentato dal bigotto estremista di turno). Ciò nonostante qualche interessante introspezione della protagonista fa riflettere.
In più, alcune piccole trovate non mi sono dispiaciute. In primis il discorso che si ringiovanisce con l’andare avanti del tempo, ritrovandosi in situazioni all’apparenza paradossali (ad esempio, un padre ormai adolescente che gioca con il figlio adolescente). O il fatto che non si lavora per guadagnare soldi (che qui hanno poco valore) ma per fare ciò che si desidera veramente, in quanto non c’è neppure la paura di mettere da parte i soldi per la vecchiaia o per una futura maternità (perché non si possono avere figli da morti, ovviamente). O che si può parlare con gli animali perché bisogna istruire anche loro sul luogo dove si trovano adesso. O che, a voler osservare cosa succede sulla terra ci si può imbattere anche nei propri genitori che fanno sesso selvaggio da tori ingrifati l’amore con quella tenerezza che si aspetta da due genitori (che poi parliamone: non è bello immaginarsi osservati da parenti morti (genitori, nonni, zii, ex moglie) i quali vi danno i voti con i cartelli in stile Miss Italia anni ’30 mentre voi fate le cose da zozzoni, tipo masturbarvi guardando un documentario sull’accoppiamento dei bisonti o essere a pecorella mentre il moroso vi dà delle belle sculacciate…).
È un libro sì leggero, da spiaggia, ma non per questo meno piacevole o scontato in quanto l’autrice imbastisce un mondo con delle regole rigide, con delle trovate tutto sommato originali e una trama che a suo modo è coerente con il modo di pensare di una teenager (a cui mancano gli amici e i genitori e per questo vuole mettersi in contatto con loro, andando suo malgrado a finire nei guai…).
Certo, non è un best seller, non è un capolavoro di narrativa ne uno di quei libri che vi farà piangere a iosa. Ma più volte ci si ferma a riflettere su cosa può accadere dopo, quali sono i rimpianti che ne conseguono, quanta nostalgia si prova per la vecchia vita e quante cose della nostra terra (accumulare ricchezza e prestigio) siano in realtà poca cosa rispetto a ciò che conta veramente nella vita.
Un libro, insomma, che trattato in un modo più profondo, spirituale e onirico sarebbe stato una bomba per alcuni ma al tempo stesso indigesto ed incomprensibile o troppo complesso ai più. Ma essendo un libro alla portata di tutto e poco impegnativo fa passare delle piacevoli serate di lettura con quella leggerezza che si addice ad una storia con protagonista una ragazza. Poi se uno ci vuole mettere anche qualche riflesione personale, qualche introspezione più profonda riguardo al tema trattato, no problem. Altrimenti amici come prima.
Un’avvertenza: è un romanzo per uomini/ragazzi? Tendenzialmente no. A me l’hanno regalato e di conseguenza me lo sono letto ma in effetti a parte qualche spunto carino sull’aldilà resta un libro per ragazzine, scritto sostanzialmente per loro (con tanto di ‘innamoramento romantic-mieloso’, con lieto fine da ‘vissero tutti felici e contenti nella casa del Mulino Bianco’ e personaggi buoni e sdolcinati quanto un gelato al miele).

mercoledì 3 giugno 2015

'Un indovino mi disse' di Tiziano Terzani


Questo libro mi ha seguito da anni. In qualunque libreria andassi, lui era lì. Mi teneva d’occhio, quasi fosse un turista italiano nella via a luci rossi di Amsterdam, quasi fosse un guardone vicino ad un’auto in piena campagna a notte fonda.
Era inevitabile che prima o poi avrei ceduto ai suoi occhi incantatori. Anche perché, voglio dire, ‘me l’ha fatta annusare per anni’ e si sa che la carne è debole. Specialmente la mia di mingherlino con salute cagionevole.
E così l’ho comprato e me lo sono pure letto.
Impressioni? Mah, emozioni conflittuali.
Non è un libro facile. Nel senso, parla di lui in giro per un anno in Asia usando tutti i mezzi disponibili eccetto l’aereo (dato che un’indovina gli ha predetto che se in quell’anno ne avesse preso uno, sarebbe morto). Questo gli ha permesso di conoscere persone, visitare luoghi, affrontare peripezie e ammirare la bellezza del mondo on the road e non on the air.
Terzani è un giornalista. Si vede.
Scrive bene, passando da descrizioni dei luoghi a riflessioni personali a dialoghi a volte sintetici ma chiari e diretti.
Questo suo continuo viaggiare tra paesi e città lo porta a descrivere per ognuno il contesto, l’atmosfera e il paesaggio che lo circonda. Questo, lo ammetto, mi ha un po’ annoiato.
Racconta anche di ciò che accadeva in quell’anno (1993) e delle ripercussione del passato asiatico sul presente.
Questo, per quanto mi riguarda, gioca a suo sfavore. Infatti, va bene sapere come ragionavano gli asiatici in quegli anni ma non è di nessuna utilità adesso, in quanto i giovani di oggi si comportano in modo totalmente diverso (certo, anche per quelli di oggi vale il detto ‘tira più un pel di f…’ ma per tutto il resto le cose sono cambiate).
Si parla anche di passato, ovvero di come certe guerre, scandali, complotti, rivoluzioni, carnefici e dittatori hanno cambiato il paese. Interessante, non lo metto in dubbio. Peccato che non so neppure di chi stia parlando (ma questo è il problema di tutti i libri che raccontano di cronache di altri ‘mondi’; già non si conosce quella realtà. Se poi ci butti dentro informazioni a raffica, saluti e baci comprensione).
Ciò non toglie, attenzione, che alcune notizie di cronaca sono sconvolgenti, inaspettate e fanno riflettere assai (ad esempio, che in Cambogia negli anni ’70 c’è stato un massacro: DUE MILIONI ,qualcuno dice persino 3, di cambogiani uccisi in stile lager nazisti…). Queste notizie spingono ad andare avanti nella lettura, alla ricerca di episodi che fanno accapponare anche i peli del pube. E pur essendo un romanzo di più di 400 pagine, si ha voglia di giungere all’ultimo capitolo.
C’è anche l’aspetto esoterico-provocatorio che aleggia per tutto il libro: Tiziano cerca in ogni nazione, in ogni paese, qualche indovino che gli sveli il suo futuro (e azzecchi il suo passato), tirando le somme sull’attendibilità e sui presunti poteri della persona. Con tanto di riflessioni personali:’ Vede quante volte andrò a defecare domani e non ha previsto lo sterminio di due milioni di persone????. Ha per caso preso il diploma da chiromante da CEPU???’.
Un libro che tutto sommato non mi è dispiaciuto leggere, da cui ho tratto interessanti riflessioni e da cui ho imparato qualcosa (sopra ogni cosa quanto noi occidentali andiamo a scuola a studiare ‘la storia’ ma in realtà è solo quella dell’Italia e di coloro che sono venuti in contatto col nostro paese. Ritorniamo più e più volte sul discorso nazismo, lager e genocidio senza sapere che ben altri, e peggiori, stermini sono accaduti nel mondo e neppure tanto così indietro nel tempo. Ma dato che non eravamo coinvolti, passano in secondo piano, non vengono neanche menzionati, come se ci fossero genocidi di serie A e di serie Z).
Un libro che per la storia in sé (non è romanzo dove si cerca di trovare episodi e colpi di scena per mantenere vivo l’interesse del lettore. È semplicemente una cronaca di un anno di vita di un giornalista, con i pro e i contro che ne conseguono) può a tratti annoiare e appesantire la lettura e a tratti stupire per come ogni paese ha le sue bellezze e crudeltà. Perché racconta un mondo (quello asiatico) sconosciuto ed inaspettato.
Certo, è legato inevitabilmente al passato, a quegli anni che sono ormai storia. Ma è anche vero che si accorge di come in realtà sono stati proprio quegli anni e quelle vicende storiche a gettare i semi che ha reso quelle nazioni delle potenze economiche.
Una lettura, in definitiva, che per sua stessa natura non è facilmente digeribile (non pensiate sia il classico libro ‘da spiaggia’) ma di contro è ricco di spunti e di riflessioni da interiorizzare.

giovedì 21 maggio 2015

Autostop per l’Himalaya di Vikram Seth


Sotto il titolo spunta la frase:’Dalla Cina al Nepal, passando per il Tibet: un viaggio avventuroso e proibito’.
Il tutto promette bene.
Già… Promette promette e non mantiene. Un po’ come una donna in abito da sera con mega scollatura, gonna inguinale e un fare da tigre del materasso che poi a letto si dimostra più puritana di una suora di clausura ultraottantenne.
Infatti ci si aspetta veramente un viaggio avventuroso. Che so, banditi, rapimenti, episodi estremi, scontri fratricidi, pericoli di morte e imprese memorabili. Il tutto sullo sfondo poetico di un Tibet buddhista e una Cina misteriosa.
Poi si inizia a leggere e… In cento pagine il massimo dell’avventura è quando gli cade una valigia da un camion e un tipo gliela ruba.
Di proibito c’è l’odore delle proprie ascelle dopo giorni passati su un camion sotto il sole cocente.
Di autostop (nell’immaginario collettivo un continuo sballottarsi tra mezzi differenti con autisti variopinti ed eccentrici) c’è giusto un salire su un camion e farsi scarrozzare in giro.
Ma a parte questo, la storia è bella?
No.
È una semplice descrizione di quello che ha fatto il protagonista in un breve periodo della sua vita.
Certo, si narrano usi e costumi della Cina e del Tibet… Peccato che il libro è stato scritto nel 1983… Quindi anche l’aspettativa di capire come ragionano e vivono i cinesi/tibetani/nepalesi è ben presto delusa: credi veramente che la Cina di 30 anni fa sia la stessa di oggi? È un po’ come pensare che l’Italia anni ’80 sia quella del 2015: impensabile. Oggi fa più cagare è un altro mondo.
La storia è talmente descrittiva che perde di spessore, che non conquista, non attira.
È un susseguirsi di azioni/reazioni quasi meccanici e per lo più poco interessanti.
Ora, non è che ci si possa aspettare chissà cosa da un diario di viaggio… Ma, ad esempio, ho letto ‘Autostop con Buddha’ e quello l’ho trovato invece interessante e a tratti anche divertente (e alla fine l’esperienza era la stessa, ma in quest’ultimo caso l’autore faceva l’autostop in Giappone, percorrendolo da Sud a Nord, isole comprese).
Anche se ammetto che ‘Autostop per l’Himalaya’ ha qualche pezzo interessante: ad esempio quando parla di come i tibetani sono stati trattati dai cinesi dopo l’invasione, di alcuni accenni su certe pratiche orientali (per noi occidentali raccapriccianti, come appunto la ‘sepoltura’ dei morti rappresentata dalla vignetta) e su certi episodi che in effetti sono stati difficili da affrontare (ma nulla di lontanamente paragonabile a ciò che si potrebbe definire ‘viaggio avventuroso e proibito’. Al massimo è stato un viaggio sfigato). Ma sono solo eccezioni per un libro troppo descrittivo e piatto per i miei gusti.
Quindi vale il suo prezzo: 16.40euro? Manco per ‘u cazzo! Direi proprio di no.
Forse in versione economica a 5 euro ci può anche stare. E leggendolo in più trance. Quando proprio non hai nulla da leggere, la tv si è fulminata, la morosa ha le sue cose è in trasferta e sei rinchiuso in una grotta.
Altrimenti se tutte queste condizioni non sono presenti, anche se solo una di queste è assente, ha cercare di leggerlo tutto d’un fiato si ha ad un tratto l’impulso di gettarlo nel caminetto acceso per dare almeno un senso alla sua esistenza cartacea.

Ps
Per la cronaca: riguardo la vignetta, io di Nanni Moretti mi stavo riferendo al film ‘Habemus Papam’. Ho provato a guardarlo. Ho resistito venti minuti. Poi… ‘Du cojoni!

sabato 2 maggio 2015

Susanna Tamaro VS Jostein Gaarder


Perché questo versus? Perché ho letto due libri di questi autori: Il cerchio magico (della Tamaro) e Il mondo di Anna (di Gaarder, che per chi non lo conoscesse è lo stesso autore di  ‘Il mondo di Sofia’… Che originalità nei titoli).
Cos’hanno in comune questi due libri? Dovrebbero parlare entrambi di ecologia.
Quella della Tamaro viene definita ‘una favola ecologica’.
Diciamo che l’unica cosa di ecologico che c’è è quando un tipo va in bagno e poi tira l’acqua.
No, dai, a parte gli scherzi: qualcosa di ecologico c’è. O meglio, è una critica verso il mondo industriale, teledipendente e assuefatto ai cibi-schifezze.
Anche quello di Gaarder tratta lo stesso argomento. Ma c’è una differenza di fondo: il libro della Tamaro è per bambini da scuola elementare/prima media. Quello di Gaarder è per adulti. O meglio, da adolescenti a salire.
Si leggono bene entrambi, sia chiaro.
Ma quello della Tamara essendo per bambini ha un linguaggio più semplice e certi espedienti sono rivolti solo a questo pubblico (tipo la ‘canzoncina’ dei cattivi che fa precipitare le palle nel sottosuolo. Ma ripeto, essendo per bambini ci sta: ecco perché le palle tornano indietro. E’ quando vai a vedere il film dei cavalieri dello zodiaco e Cancer si mette a ballare che le palle prima rotolano a terra e poi esplodono). Quindi non aspettatevi un trasporto e una profondità emotiva dei suoi libri ‘per adulti’.
Gaarder invece imbastisce una storia adulta, che parla sempre di ragazzi (adolescenti) ma con una trama più matura e complessa e con piccole segreti che vengono svelati via via che la storia prosegue (che in certi punti mi ha lasciato perplesso ma che tutto sommato ci può anche stare dato che l’argomento base (il rispetto per la natura) predomina essendo stato sviluppato in modo egregio).
Morale: entrambi i romanzi sono stati scritti bene (per il pubblico a cui sono rivolti). Da adulto vi consiglio decisamente quello di Gaarder. Se ci tenete poi all’ecologia e a cercare un nuovo modo di esprimere quanto e come stiamo distruggendo questo pianeta, è una lettura obbliga.
Quello della Tamaro lo consiglio solo come libro da leggere ai propri piccoli perché è una lettura che potrebbe piacere loro (difficilmente a voi).
Ah, già, dimenticavo: di che cosa parlano?
Quella della Tamara è la storia di Rick, un bambino cresciuto in un bosco nel centro di una città e allevato da animali (di cui capisce il linguaggio). Un crudele magnate pro-centri commerciali rade al suolo il bosco per costruirci un altro abominio della società moderna. Il bambino intanto viene catturato ma riesce in extremis a fuggire in quanto determinato a sventare un piano criminose che ha l’obiettivo di rendere tutti i bambini assuefatti al consumismo sfrenato ed irresponsabile.
Quella di Gaarder è la storia di Anna, una ragazza a cui ha a cuore il destino dell’ecosistema terrestre. Lei ha il dono di poter vedere il futuro e così ha stralci della vita della sua pro-nipote. Attraverso i suoi occhi riesce a vedere cosa sarà il futuro del mondo se andassimo avanti a rovinarlo con inquinamento, deforestazioni e sfruttamento delle risorse naturali. Tra presente e futuro, ragazza e pro-nipote scoprono che insieme possono cambiare il futuro se solo avessero un’idea innovativa…

Ps
La citazione della vignetta è tratta dal romanzo di Gaarder.

domenica 19 aprile 2015

L’altro occhio del rinoceronte di Daniele Daccò


Appena finito di leggere. Che dire? A me è piaciuto. E pure tanto.
La storia è semplice quanto originale: un gruppo di amici vanno a Lucca Comics.
Tutto qua? Eh, no, cari i miei lettori-pochi-ma-buoni, perché il tutto è visto come se loro, persone della vita reale, vivessero le loro esperienze guardando il mondo con gli occhi dei giocatori di ruolo. Oltre a vedersi loro stessi come dei personaggi fantasy (ad esempio c’è Barbara ‘la barbara’) vedono anche i loro nemici e le situazioni come proiettati in un universo fantastico.
Per dirne una: un avversario è una giornalista che lancia mortali penne stilografiche.
Il ritmo è incalzante, i personaggi sono ben costruiti, la trasposizione realtà-giocodiruolo è fantastica e calza a pennello in tutti i suoi aspetti, gli scenari reggono e i nemici fanno sorridere e mai annoiare (il flusso di persone a Lucca è fantastico). E il colpo finale… Tanto di cappello.
Alcuni disegni impreziosiscono il romanzo e le schede dei nemici danno quel tocco in più al racconto.
Personalmente, è uno di quei libri che mi sarebbe piaciuto scrivere.
Che voi siate nerd o no, consiglio la lettura. È un romanzo leggero e simpatico.
Imperdibile per tutti coloro che sono andati a Lucca Comics. Quando arriverete a quel punto del romanzo, direte: ‘Per il Dio Fumettaro, è proprio così!’.
E poi, voglio dire, 6.90 euro per un romanzo non è niente.
Dai, non andate a vedere ‘Lo hobbit’ e ‘Avenger 2’al cinema e acquistate il libro… Ok, sto cagando fuori dal vaso esagerando. Non comprate l’ultimo numero di Playboy e prendere il romanzo (tanto c’è youporn. Che piffero buttate via i soldi per una rivista di nudi ritoccati con photoshop?).

lunedì 6 aprile 2015

Mister dammitempo – Mike Gayle


Un libro che passa inosservato tra interi scaffali di libri di autori famosi che sfornano libri noiosi e lenti, mastodontici tomi straripanti di descrizioni e seghe mentali fini a se stesse.
Eppure Mister dammitempo, pur essendo un libro di circa 320 pagine in edizione economica a 4,80euro, nasconde delle sorprese.
Prima fra tutti il fatto che è una piacevolissima lettura, di quelle leggere, scacciapensieri-molesti.
La trama è classica e collaudata: un trentenne insicuro e per nulla pronto a diventare grande (insomma, il trentenne medio italiano) riceve una proposta di matrimonio dalla sua fidanzata. La paura domina, quindi il matrimonio non sa da fa e i due si lasciano. Da qui incominciano le serate alla ricerca di altre donne-chiodo schiaccia chiodo ed esperienze divertenti quanto, in fondo, deludenti. Dibattuto tra la voglia di tornare dl proprio grande unico amore e la paura di diventare adulto, precipiterà in colpi di scena inaspettati che lo portano a dover prendere una decisione definitiva.
Come vedete, la trama è stereotipata quanto al tempo stesso attuale: la paura di crescere. O meglio, di mettere su famiglia, accasarsi e diventare ‘parte del sistema’.
La storia scivola via in scioltezza, senza tentennamenti. Una scrittura semplice, chiara, pulita, senza troppi arzigogoli linguistici, infarcita di seghe mentali del protagonista affatto invadenti o pesanti ed inopportune.
Diciamo che è uno di quei libri che si leggono quando non si ha voglia di nulla d’impegnativo o di triste/malinconico, che si portano in spiaggia e che non hanno grosse pretese ma al tempo stesso forniscono alcuni spunti su cui riflettere.
Precisiamo: io sottolineo le parti di un libro che mi piacciono. Sono quei pezzi in cui mi sento chiamato in causa, in cui mi ci specchio, che spiegano concetti che sono nella mia testa ma in modo più chiaro o più semplicemente perle di saggezza a cui io non sono mai arrivato.
Ci sono libri in cui non ho mai sottolineato nulla e altri invece in cui ho segnato l’impossibile.
Beh, in questo libro ho segnato 12 pagine. Che per me vuol dire: è un buon libro.
E poi è divertente, ammettiamolo. Perché lui in fondo rappresenta un po’ una parte di noi (quella più insicura, finta spavalda, festaiola, irriverente, seduttrice e, perché no, patetica).
In più, oltre a rispecchiarci ci fa fare anche quattro risate.
Perché passiamo da ‘Ma che pirla che è stato’ a ‘Cazzo ma ho fatto anch’io la stessa cosa!!!!’, il tutto in chiave spensierata.
Morale: un libro che consiglio perché dà molto di più del prezzo a cui è venduto.
Lo suggerisco anche alle donne in quanto farà loro comprendere un po’ meglio cosa passa nella testa (poca roba e mal assortita, chiariamo) dei loro partner.